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Management ed Emergenza

Emergenza e sincronizzazione spontanea sono processi caratteristici nei sistemi che si auto-organizzano. E' quello che è accaduto durante il convegno "Uscire dalla crisi : nuovi modelli per il management", tenutosi a Milano il 21 luglio ed organizzato da  Francesco Zanotti della M&C,

 on la consulenza scientifica dell'AIRS (Associazione Italiana per la Ricerca sui Sistemi), rappresentata dal guru della sistemica italiana, Prof. Gianfranco Minati, e dall' ISEM (Institute for Scientific Methodology),  di cui sono con il chimico Mario Pagliaro il fondatore.

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Cosa significa fare impresa in una società che non può più essere modellizzata dalla metafora della macchina?Come si gestiscono i processi di cambiamento (costruzione) dell’organizzazione e del mercato?In sintesi: come si costruisce sviluppo etico ed estetico? Queste le domande comuni ad un operatore nel campo della consulenza d’impresa, ad un epistemologo costruttivista, ad un fisico dei sistemi collettivi che studia i processi di produzione scientifica.
Come le  voci di un’invenzione di Bach , tre approcci e linguaggi diversi si sono intrecciati ed integrati in una visione unitaria. L'idea di fondo è che la "crisi" che stiamo vivendo è frutto di miopia culturale e richiede una "riflessione trasgressiva"  sulla necessità di nuovi modelli e metafore per leggere e trasformare il reale. Che significa poi ritrovare gli anelli di congiunzione vitali tra economia, ecologia ed epistemologia ed imparare a vederne le possibili rotte di collisione . E' il tema sempre più urgente posto da un sistema in cui la produzione non è più basata esclusivamente sui beni materiali , ma sulle dinamiche delle relazioni intellettuali ed emozionali tra esseri umani e  sull’emergenza di nuovi soggetti sociali. Vedi ad es. Andrea Fumagalli e Sandro Mezzadra (a cura di),
Crisi dell'economia globale. Mercati finanziari, lotte sociali e nuovi scenari politici, postfazione di Toni Negri, Verona, Ombre Corte, 2009, e l'indispensabile: Marcello Cini, "Il SuperMarket di Prometeo. La scienza nell'era dell'economia della conoscenza” , Codice Ed.,2008)

Il modo di pensare della società industriale e del  mercato è  ancora basato invece su un modello riduzionista e meccanico di homo oeconomicus stilizzato  quanto quello degli urti perfettamente elastici o dei fluidi perfetti in fisica classica, ed è centrato su nozioni di stabilità, equilibrio e dinamiche deterministiche  insufficienti a cogliere la complessità del quadro socio-economico. Come dice  Paul Wilmott: "Fidarsi delle formule era come stare seduti con la cintura di sicurezza allacciata guidando come pazzi: non serve a salvarti la vita. Le persone che si occupano di gestione  sanno ben poco di ciò che dovrebbero; non hanno spirito critico, non hanno testato i dati e non hanno usato la loro immaginazione per cercare vie d’uscita ai problemi”.

Inutile dire che la "politica" segue a ruota e diventa il paradigma di un modello infecondo.

Una  tipica risposta apparente ed "automatica", sono le dinamiche "competitive", che si presentano come liberazione di energie creative e sono invece in larga misura strategie di difesa e conservazione: la concorrenza non nasce dal mercato ma è una forma di auto-costruzione dei partecipanti, di legittimizzazione reciproca e di accumulazione delle “anomalie” ai margini.

Come fisico  non ho potuto fare a meno di pensare  a molte teorie alla moda che hanno già esaurito il loro ciclo vitale e si  presentano invece - anche grazie alla beatificazione mediatica - come vive, combattive ed "eleganti", ben arroccate nel loro castello di papers  crescenti con una velocità superiore a quella della luce (possono farlo  perché, come dice Bob Laughlin, non trasportano informazione!).
Particolarmente interessante è il caso della mitologia diffusa  dell'innovazione tecnologica,  che non può colmare il gap della produzione  di ricchezza delle imprese tradizionali e sopratutto non cambia il rapporto tra lavoro, capitale ed ambiente. La tecnologia, in sé, non può essere un driver di nuove progettualità, ma assume piuttosto il ruolo di racconto  consolatorio sulle sorti magnifiche e progressive alle quali si vuol  credere. Questo tipo di "story-telling" ha l'unica funzione  di "tirare il collo" alla famosa funzione logistica, la curva ad S usata per modellizzare i processi di sviluppo. All'inizio la crescita è quasi  esponenziale, successivamente rallenta, diventando quasi lineare, per  raggiungere una posizione asintotica dove non c'è più crescita. La competizione ed un'errata, o demagogica, visione dell'innovazione ha proprio il ruolo di ritardare il destino asintotico della curva di crescita, dove invece il problema è quello di innescare  una nuova singolarità.

Ma questo non avviene,  perché gli schemi cognitivi utilizzati sono sempre gli stessi.

E' necessario dunque un ripensamento radicale del rapporto tra conoscenza e mercato, ed accettare la sfida dell'incertezza radicale, la povertà della completezza e la ricchezza dell’incompletezza,  imparando a rilevare emergenza (Minati).

Come ha scritto Cesare Sacerdoti sul Tempo Economico annunciando la giornata di studio:

“Per quanto riguarda i “pratictioners” lo stato dell’arte dell’utilizzo della cultura strategica rasenta l’ignavia. Un solo esempio: definire un business plan “Info memorandum” è davvero la dichiarazione, sostanziale se non formale, che la nostra conoscenza riesce solo a descrivere il presente, a prenderne atto. Se, poi, guardiamo a più generali culture e pratiche di Governo lo scenario è ancora più deludente, sia nella teoria che nella pratica”.  Clip_image002

Le tradizionali analogie tra ecosistemi ed sistemi socio-economici mostrano una debolezza che è stata la sorgente storica di tante deformazioni "naturalistiche" della teoria economica (vedi L'Orologiaio Cieco e la Mano Invisibile). Un ecosistema non ha un modello cognitivo di sé stesso, un sistema socio-economico si! Il punto essenziale è che il management è non semplicemente una derivazione economica dell'azienda, ma ne costituisce il sistema cognitivo (Licata).

Un esempio è la marginalizzazione del concetto di cooperazione, riservato ad una dimensione "etica" ed "estetica" del mercato e dunque ineluttabilmente "altra".La "cooperazione" di cui parliamo- trasportata dai paesaggi di fitness della Artificial Life- nasce dalla capacità di una classe manageriale di usare più strumenti interpretativi per comprendere il mondo, ed il suo "successo" dipende  dall'ampiezza dei suoi strumenti epistemologici e dalla loro capacità di accogliere  le dinamiche sociali, non puntando su un "bisogno" o inducendolo, ma entrando in sintonia con le esigenze profonde del tempo. Sfuma dunque la tradizionale distinzione tra stakeholders e shakeholders in una visione costruttivista e sistemica delle dinamiche sociali (Minati). Stesso discorso per la “sostenibilità”, non più fanalino di coda o fiore di carta utopico, ma capacità di pensare il rapporto tra sistema- impresa ed ambiente a lungo termine ed in senso globale. 

 Il manager è dunque come un “operatore quantistico” che agisce sulle potenzialità del possibile rendendole reali ( Zanotti). Ma non ci si è limitati ad una discussione critica per metafore. All’interno del modello “Sorgente Aperta” di Zanotti è stato proposto un modello di life-cycle e di rating delle imprese basato su una matrice "fuzzy" estremamente facile da usare ed assai più efficace di certi schemi che somigliano alla risposta “quantitativamente esatta” del computer della Guida Galattica per Autostoppisti, di Douglas Adams:

Quarantadue!" urlò Loonquawl. "Questo è tutto ciò che sai dire dopo un lavoro di sette milioni e mezzo di anni?"
"Ho controllato molto approfonditamente," disse il computer, "e questa è sicuramente la risposta. Ad essere sinceri, penso che il problema sia che voi non abbiate mai saputo veramente qual è la domanda."

Un’ immagine, per concludere. Il colosso Sony nacque  nel Giappone disastrato del 1946 dalla visione di Akio Morita, un fisico, e Masaru Ibuka, ingegnere,  per “riportare alto l'onore del Giappone nel mondo”. A ricordarci che il successo di un’impresa- economica, scientifica, culturale- è sempre il risultato di una storia  d’amore con il proprio tempo. 

 

Commenti

Molto interessante e pieno di spunti innovativi

Il problema della cultura del management, dei dirigenti per dirla in italiano, diventa particolarmente cruciale quando ci si rende conto di trovarsi in una situazione di grossa crisi.
Giustamente, il citato Minati dice che "La "cooperazione" di cui parliamo- trasportata dai paesaggi di fitness della Artificial Life- nasce dalla capacità di una classe manageriale di usare più strumenti interpretativi per comprendere il mondo, ed il suo "successo" dipende dall'ampiezza dei suoi strumenti epistemologici e dalla loro capacità di accogliere le dinamiche sociali, non puntando su un "bisogno" o inducendolo, ma entrando in sintonia con le esigenze profonde del tempo. Sfuma dunque la tradizionale distinzione tra stakeholders e shakeholders in una visione costruttivista e sistemica delle dinamiche sociali", ma il dubbio è rappresentato dal fatto che gli assetti socio-culturali e le relative dinamiche cognitive sono basati, a mio parere, su tutt'altro...
Il "modus pensandi" ed "operandi" è purtroppo cronicamente "viziato" da un "gap prometeico" rispetto ai livelli di conoscenza e di tecnologia disponibili, che rende l'azione economica decisamente inadeguata rispetto ai problemi da risolvere.
Inoltre, occorrerebbe ripensare nel profondo i modelli culturali alla base del capitalismo e rivedere il concetto di "utile", che ha fino ad oggi caratterizzato le dinamiche socio-economiche.
Cosa è "utile" per una società? Che etica dovrebbe caratterizzare gli "agenti economici", dai dirigenti fino agli operai? Quale è il fine di un'azienda? Non si può, a mio avviso, cambiare i comportamenti se non si cambia l'approccio (e le credenze) alla base di quei comportamenti, cioè quello che potremmo definire il "Mythos" del capitalismo e quindi le sue dinamiche (troppo spesso negative) consolidate.
Infine, inseriamo questo Mythos all'interno delle prassi (cattive) di una economia relazionale come quella italica (leggi basata sulle "conoscenze" e sui "favoritismi") e ci rendiamo conto di quanto poco sia possibile un reale cambiamento in senso cooperativo.
Ma non disperiamo e speriamo sempre nell'effetto butterfly! :)

Ho partecipato con grande interesse a questa giornata di riflessione il 21 luglio 2009 a Milano e ritengo che eventi come questo siano indispensabili per innescare un processo di miglioramento effettivo della nostra società.

Quello che è parso evidente in questo contesto è che la crisi economica attuale non è di per sè tanto una crisi di "produzione" o una crisi "finanziaria", quanto piuttosto una conseguenza dell'inadeguatezza profonda degli attuali modelli di gestione e di governo rispetto alla complessità del mondo in cui viviamo. Si tratta di una crisi sistemica dei modelli attraverso i quali le classi dirigenti indirizzano le politiche a tutti i livelli dell'organizzazione sociale. Una crisi "cibernetica" dunque, una crisi cioè del modo in cui le società guidano la propria evoluzione.

Si potrebbe pensare che si tratta di problemi nuovi. Forse solo adesso ci stiamo rendendo conto che il nostro mondo è ingovernabile con i modelli mutuati dalla vecchia società industriale. E forse perchè solo adesso il mondo è diventato "complesso" mentre prima, magari solo 20 anni fà, non lo era. E' chiaro che non è così.

Già allinizio negli anni '60-'70, Stafford Beer, allievo di Norbert Wiener e padre della Cibernetica delle Organizzazioni, notava che la sostanza del mondo è la complessità, che le sfide che la complessità del mondo ci pone non possono essere affrontate con i tradizionali modelli mutuati dalla vecchia società industriale, ma che è indispensabile adottare nuovi approcci e modelli che ci permettano di "governare" i sistemi umani complessi in una maniera più adeguata. Di quì l'enfasi sull'importanza di creare modelli biomorfi dell'impresa e delle istituzioni, il riconoscimento della centralità dell'apertura logica nella gestione della conoscenza e dell'informazione (il concetto di metasistema), la costruzione di un sistema nervoso della società che, modellato sul sistema nervoso degli organismi viventi, ne consenta la sopravvivenza nel cambiamento, l'enfasi sull'autorganizzazione, sull'autonomia e sulla complessificazione, sul concetto di "eudaimonia", sui modelli di decision making adattativi e non gerarchici (es. la syntegrity).

Si tratta di nuove metafore e nuovi modelli i quali, anche se revisionabili alla luce delle conoscenze attuali, non hanno esaurito affatto la loro potenzialità e fecondità. Associati alle pratiche emerse anche in altri ambiti della ricerca sistemica, come per esempio l'Interactive Management derivato dalla Science of Generic Design di Warfield, questi concetti e modelli non possono non entrare a far parte del repertorio di strumenti che gli innovatori di domani si troveranno ad utilizzare per cambiare in meglio il nostro mondo.

Un saluto

Graziano Terenzi

Caro Ignazio,
la lettura delle tue riflessioni su un tema tanto cruciale e complesso è di quelle preziose. Sinceramente mi sento di dire che il tuo approccio sistemico, profondo, non lascia spazi ad obiezioni, dissensi, o semplici critiche, per cui il ruolo del commentatore è di quelli difficili. Il rischio, al meglio, è di apparire banali; sicuramente di ripetere concetti già espressi. Ma uno spazio come questo, anch'esso prezioso, richiede il confronto ed il dialogo, fosse anche per ritrovarci comunque d'accordo. Vorrei allora partire dalla tua ultima frase, che considero di gran lunga importante: «il successo di un’impresa- economica, scientifica, culturale- è sempre il risultato di una storia d’amore con il proprio tempo». È questo il punto.
Hai parlato – ed a giusta ragione – di etica, parola quanto mai pomposa ed importante ma che di per sé dice davvero poco. Che cos'è l'etica, se non la rapportiamo all'amore per il proprio tempo e – aggiungerei – per il proprio mondo? Questo nostro mondo da abbracciare nella sua complessità, fatta di natura ed esseri viventi, ed al cui interno l'uomo è solo una parte, forse neppure la più importante, anche se egli non vuole e magari non può neppure ammetterlo. Solo a partire da qui si può parlare – senza fare soltanto retorica – di etica e biologia, etica ed economia, etica ed ambiente, etica e politica.
Hai fatto un'analisi puntuale delle prime tre, dando anche suggerimenti precisi. Inutile, quindi, tornarvi, anche perché chi mi ha preceduto nei commenti ha riaffrontato i temi con ulteriori spunti brillanti. Del resto, con lo scoppiare della crisi economica che sta soffocando il mondo, il potere e la corruzione dei manager aziendali e le sottese teorie economico-organizzative che li rafforzavano sono stati messi sotto accusa da tutte le parti, al punto tale che proprio dai più irriducibili sostenitori del liberismo più sfrenato è iniziata a venire a gran voce la richiesta di regole. Vorrei invece soffermarmi, brevemente, su alcune riflessioni che sono comunque strettamente connesse all'intera questione: delle colpe, dei ritardi e delle inadempienze della politica hai riferito, seppure un pò più di striscio. Ciò che invece mi sembra assente è una figura che pure è cruciale per le sorti della stessa economia e che, soprattutto in Italia, ha responsabilità davvero pesanti: mi riferisco alla figura del manager pubblico.
Non vi è chi non sappia quanto la PA possa incidere – e di fatto incide – sull'economia e sulle imprese. Basti pensare alle politiche keynesiane di intervento nell'economia ed al New Deal di Roosvelt dopo la crisi del '29, che in qualche modo anche oggi viene invocato. Ma la Pubblica Amministrazione è normalmente motore di economia anche nel suo ruolo ordinario ed è noto come tutto ciò porti con sé corruzione, malaffare ed intrecci perversi. Il caso italiano, in questo senso è emblematico: la corruzione dei colletti bianchi dilaga. E al meglio – quando non sono corrotti – sono asserviti ai decisori politici. Anche in questo caso – volendo continuare a guardare all'Italia – la situazione è tragica: a fronte di una legislazione che, formalmente, ha dotato i dirigenti pubblici di forte autonomia gestionale, questi sono scelti in larga parte dal potere politico in base ad un rapporto "fiduciario" che già di per sé pone dei notevoli dubbi; e dipendono sempre dalla politica per l'erogazione di premi, risultati e classi stipendiali, oltre che naturalmente per la conservazione del ruolo. Il problema è facile da comprendere.
Per ritornare al discorso, va quindi benissimo ed è davvero auspicabile la figura del manager come "operatore quantistico", così come il modello di life-cycle e di rating delle imprese basato su una matrice "fuzzy". Ma se non si interviene sugli stakeholder politici , in primis, e poi su quelle tristi marionette che sono oggi in larga parte i dirigenti pubblici, non ci saranno soluzioni possibili per la crisi e fuoriuscita dall'emergenza. Anche perché il mercato, così restando le cose, potrebbe non avere alcun interesse a cambiare le regole ed a comprimere i propri interessi. Cambiare la Pubblica Amministrazione – ma in un senso più pregnante e profondo rispetto ai tentativi attuali – è a mio parere la strada maestra, anche se non l'unica, ma certamente più che importante.
Infine – anche se posso soltanto accennarne perché sono stata forse un pò lunga – viene in primo piano, rispetto a questi problemi – il rapporto fra etica e comunicazione, in particolar modo quello fra etica e giornalismo. Il ruolo dei media, nella nostra società, è davvero cruciale ed un'informazione non soltanto etica, ma soprattutto libera, è il veicolo principe per creare e rafforzare la coscienza sociale, politica ed economica di una comunità. Proprio ciò che oggi sembra un'utopia. Ma tutto questo meriterebbe un ragionamento a parte.

caro Ignazio, ma come mai sparisci sempre nei momenti cruciali? quando lo fai il post sulle doparie, quando servira' poco. sto lottando con repubblica, tg1 e mi sarebbe molto utile. Perche' non lo fai? Scusa, per non aver il tempo di argomentare e di non rischiare di avere un tono sbrigativo, ma non ho tempo. devo incontrare il garante della privacy, e grazie

@ Rita

Bellissimo commento, che condivido.
Aggiungerei che è evidente che "il pesce puzza dalla testa", ma che poi i "pesci pilota" ci sguazzano (esempio ittico)!
Occorre rifondare i valori su cui si basa il "sistema", ma occorre che la gente ci creda davvero: questa è la sfida utopica ed etica, che sa in verità di (quasi) impossibile :-)
Ciononostante, cerco di essere ottimista.

Caro Ignazio,

come sempre molto azzeccato, tu sai meglio di me che le singolarità sono la 'bestia nera' della matematica continuista, e che in qualche modo si situano in uno spazio delle fasi 'altro' da quello che descrive la dinamica 'normale' del sistema.
Per cui se sono d'accordo sulla necessità di 'cercare un singolarità' e quindi di abbandonare i precedenti 'criteri di ottimo' vedo l'aporia di andarla a cercare in uno spazio dove non è definibile. Allora forse il punto è proprio quello di allargare lo spettro di ciò che consideriamo 'ragione', allora siamo in un punto in cui la poesia può essere più pragmatica del calcolo.

@ Mario
Ti ringrazio per l'apprezzamento. Mi piace molto il tuo esempio ittico :-))
Ci tengo a precisare che, anche se i miei esempi sono riferiti all'Italia (perché è il mio Paese ed è anche quello che conosco meglio), credo si sia compreso che il mio discorso è indirizzato "erga omnes", come si suol dire. La corruzione pubblica e privata dilaga in tutto il mondo e la cronaca ce ne offre testimonianza costante. Forse - rispetto all'Italia - ciò che è differente è la reazione dell'opinione pubblica ed anche il ruolo dei media. Ma i guasti prodotti dai fenomeni lobbistici sono davvero globali, nonostante si tenti a non farne parola. Troppe volte, per esempio, ci si è riferiti agli Stati Uniti quale Paese campione di democrazia e di trasparenza, elogiando il fatto che il lobbismo sia regolamentato ed alla luce del sole, tale da essere diventato una vera e propria professione. Si tace, però, sul fatto che troppo spesso sono queste lobby a determinare le politiche di parlamenti e governi in un senso che non sempre corrisponde all'interesse generale. Penso alle politiche ambientali ed energetiche americane pre-Obama, tanto per citarne qualcuna. Ma anche agli interessi, non sempre trasparenti, delle ONG che operano nel campo delle emergenze umanitarie. Oppure agli scandalosi brevetti farmaceutici su farmaci salvavita, che impediscono a milioni di persone del Terzo Mondo l'accesso alle cure. L'elenco sarebbe davvero troppo lungo ... il destino degli uomini è nelle mani di una triade circolare feroce: multinazionali/decisori politici/manager pubblici. Il quadro sembra non lasciare grandi aperture neppure ad un cauto ottimismo. Malgrado ciò, anch'io sento di averne ancora. C'è dentro di me quell'ottimismo dell'utopia che è il solo in grado di poter cambiare il mondo.

@ Mario
Ti ringrazio per l'apprezzamento. Mi piace molto il tuo esempio ittico :-))
Ci tengo a precisare che, anche se i miei esempi sono riferiti all'Italia (perché è il mio Paese ed è anche quello che conosco meglio), credo si sia compreso che il mio discorso è indirizzato "erga omnes", come si suol dire. La corruzione pubblica e privata dilaga in tutto il mondo e la cronaca ce ne offre testimonianza costante. Forse - rispetto all'Italia - ciò che è differente è la reazione dell'opinione pubblica ed anche il ruolo dei media. Ma i guasti prodotti dai fenomeni lobbistici sono davvero globali, nonostante si tenti a non farne parola. Troppe volte, per esempio, ci si è riferiti agli Stati Uniti quale Paese campione di democrazia e di trasparenza, elogiando il fatto che il lobbismo sia regolamentato ed alla luce del sole, tale da essere diventato una vera e propria professione. Si tace, però, sul fatto che troppo spesso sono queste lobby a determinare le politiche di parlamenti e governi in un senso che non sempre corrisponde all'interesse generale. Penso alle politiche ambientali ed energetiche americane pre-Obama, tanto per citarne qualcuna. Ma anche agli interessi, non sempre trasparenti, delle ONG che operano nel campo delle emergenze umanitarie. Oppure agli scandalosi brevetti farmaceutici su farmaci salvavita, che impediscono a milioni di persone del Terzo Mondo l'accesso alle cure. L'elenco sarebbe davvero troppo lungo ... il destino degli uomini è nelle mani di una triade circolare feroce: multinazionali/decisori politici/manager pubblici. Il quadro sembra non lasciare grandi aperture neppure ad un cauto ottimismo. Malgrado ciò, anch'io sento di averne ancora. C'è dentro di me quell'ottimismo dell'utopia che è il solo in grado di poter cambiare il mondo.

Il riferimento alla corruzione dei commenti precedenti è, a mio avviso, piuttosto calzante in quanto mette in evidenza uno dei limiti intrinseci degli attuali meccanismi di governo, anche di quelli dei paesi considerati più avanzati. In particolare, credo che questo fenomeno lobbistico, il quale di per sè non è altro che un'espressione della naturale tendenza dei gruppi umani ad organizzarsi per raggiungere degli obiettivi, diventa un problema solo quando non si disponga di adeguati strumenti di "governo".
E' perfettamente comprensibile, infatti, che chi produce un "bene" cerchi di predisporre i sistemi migliori perchè possa trarre il più grande profitto possibile dal posizionamento di quel "bene". Il problema emerge quando quel "bene" è un bene per pochi, mentre è un male per molti altri. In generale questo significa che gli obiettivi che le lobbies perseguono spesso corrispondono a valori che sono tali per un gruppo ristretto di "shareholders", mentre non sono affatto tali per tutti gli stakeholders in qualche modo toccati dall'azione lobbistica. In questo senso l'etica è sicuramente importante. Ma come possiamo far emergere un'etica nuova, dinamica, non ristretta, che tenga conto dei valori di ciascun essere vivente, senza imporre schemi "razionali" che già hanno provato abbondantemente i propri limiti?

Qui il problema a mio avviso, è duplice.

Da un lato esso è legato ad una concezione ristretta dell'economia e della società, che riduce l'uomo a un semplice "dispositivo per la massimizzazione dell'utilità", il quale nelle interazioni sociali persegue il massimo profitto, espresso a sua volta in termini esclusivamente monetari. Qui il problema è profondo e tradisce un fraintendimento grave degli stessi principi che stanno alla base del pensiero economico classico. Già Adam Smith, infatti, nella sua Dottrina dei Sentimenti Morali (che peraltro sta alla base del suo pensiero economico) riconosceva che alla base del comportamento umano esiste un insieme di valori, psicologici, biologici e sociali, senza i quali qualunque attività umana perderebbe di senso. L'idea di poter misurare tutti questi fattori in termini monetari è molto problematica. Non è affatto dimostrato che questa sia l'unica strada percorribile, nè tantomeno la migliore, e nemmeno che sia in generale sensato. La massimizzazione dell'utilità sarebbe pertanto meglio concepita come la massimizzazione congiunta di questo spettro ampio di valori, ciascuno misurato in maniera opportuna, piuttosto che come la massimizzazione di un profitto espresso esclusivamente in termini monetari.
E' chiaro che se l'utilità fosse concepita in termini più estesi, tali da includere anche parametri di benessere globale (il che è indispensabile se si pensa alle istanze condivise dello sviluppo sostenibile), allora ne risulterebbe ridisegnato completamente il modo con il quale gli attori economici misurano la propria performance, con un impatto positivo sul mondo e sulla società.

Dall'altro lato, invece, il problema è legato al modo attraverso il quale le decisioni vengono prese. Ogni decisione, per quanto apparentemente ristretta, ha delle conseguenze importanti non solo sugli attori economici e sociali che la effettuano, ma anche e soprattutto su un insieme molto più ampio di portatori di interesse i quali, pur essendo toccati profondamente dagli effetti della decisione, sono esclusi dalla procedura decisionale. E questo vale indipendentemente dalla scala, sia che si tratti di decisioni prese nei consigli comunali, o quelle prese nei consigli di amministrazione di imprese pubbliche e private, o quelle prese da istituzioni come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale, le cui decisioni per esempio hanno un impatto su interi Paesi. Perchè gli effetti di una decisione non siano negativi per il contesto nel quale la decisione opererà le sue conseguenze, occorre che essa venga presa in maniera interattiva coinvolgendo i vari stakeholders in un dialogo aperto e strutturato. Questo non è sempre "facile", anzi, quasi mai lo è. Però il fatto che non sia facile non implica che non sia possibile. Soprattutto oggi questo è ancora più necessario, data l'estensione ampia delle conseguenze delle decisioni prese a livello globale. E lo è ancora di più per il fatto che disponiamo o possiamo disporre di nuovi strumenti di decision taking che permetterebbero di ristrutturare in maniera interattiva le istituzioni e i processi decisionali.

Un saluto

Graziano Terenzi

Grazie Ignazio per le sintesi e gli sputni del tuo intervento a Milano (nonché degli altri relatori).
Focalizzo qui per brevità solo uno dei tuoi concetti illuminanti: management come sistema cognitivo - ben detto!
Un sistema cognitivo che, in regime di elevata complessità (o persino caos), non si fida più delle formule (quelle dei "quants" finanziari - David Li in testa - che hanno illuso gli ingenui e ignoranti banchieri...), non crede più nel determinismo (senza ancora comprendere le "nubi di probabilità" quantistiche), vorrebbe credere nell'etica e nell'estetica ma...
Ecco il "ma", che è in realtà il vecchio "Paradosso del Bootstrap": come fa un sistema cognitivo a essere tale se ancora... non ne è consapevole..?!
Ovvio: occorre dirglielo. Ma... se £no nhanno avuto accesso per esperienza a certe cose, non avranno neanche orecchi per udire la novità, non impareranno nulla dagli altri, libri compresi" (F.Nietzsche).
Risolviamo insieme questo paradosso del Bootstrap...? "Facciamogli vedere"... che persino loro possono pensare, immaginare, creare in modo nuovo POSSIBILI SCENARI COMPLESSI per il loro problemi pratici, attuali, urgenti.
Queso è il Talento che devono riconoscere per poi sviluppare per infine arrivare alla consapevolezza che il loro sistema cognitivo può essere quello dell'azienda.
Occorre portarli a sessioni di Brainstorming Complesso dando loro il "quick win" di possibili soluzioni ai loro problemi di oggi: possibili scenari prima impensati che scardinano il semplicistico concetto di competizione (senza innovazione).
"Chi di spunti "ferisce", di spunti...."
Grazie per ituoi spunti!
Ad maiora!
Nicola

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