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L’altra faccia della mela

Questo è uno di quei post che devi scrivere a caldo. Prima che te ne penti. Lo devi scrivere perchè la morte di Steve Jobs non può passare inosservata.Rischi di pentirtene però se ascolti il gran rumore delle  santificazioni e dei processi somnmari, insomma tutta quell'approssimazione browniana  che si accompagna a figure straordinarie. Come  per John Lennon, un giorno si dirà. "dov'eri quando è morto Steve Jobs"? Io avevo appena finito un articolo su questioni di fisica e computazione al quale avevo lavorato per tutta la notte. E la prima cosa a cui ho pensato è allo  Ea1975_f1 "stile Apple", non asettico  come forse può apparire oggi, ma alla comunicatività ed al senso di progettualità che esprimeva sin dal primo vagito. Se tra i giovani studenti di fisica della mia generazione si parlava di computer ( "questa roba qui è persino più interessante della fisica") non era certo per l'immagine del grande elefante seduto, l'IBM (che si sarebbe alzato nella nostra considerazione soltanto con la scoperta dei superconduttori ad alta temperatura), non per l'anonimo Commodore o le stranezze di Sir Clive Sinclair. Era per la Factory dell'Atari, dalla quale sono passati un bel pò di cervelli dell'informatica- compresi i due Steve-, ed è volata via dalla finestra anche qualche idea importante. E Per Apple, ossia Steve Jobs e Steve Wozniak, i dipendenti n. 2 e n.1 della Apple. I padri di un simbolo che è ormai esoterico, tanto è ricco di significati: Turing, Newton o quel frutteto in Oregon?
Si conoscevano prima dell'esperienza in Atari. Wozniak, l'uomo capace di leggere i diagrammi dei circuiti come si legge un giornale, aveva messo a punto la famosa scatola blu, un apparecchio per il  Phreaking in grado di riprodurre le frequenze del sistema telefonico americano. Steve Jobs riuscì a venderne un bel pò. Le caratteristiche della collaborazione sembrano tracciate. Wozniak ha un talento naturale per trasformare la complicazione dei circuiti in logica elegante, Jobs ha una precisa intuizione di cosa dovrebbe essere davvero un personal computer.L'idea era già nell'aria, aveva una lunga preistoria che inizia forse con Il Programma 110 della Olivetti. Ma sarà il microprocessore di Federico Faggin ad accellerare tutto e stringere i tempi. Gli appassionati Steve-jobs-e-steve-wozniak-che-lavorano-nel-proprio-garage avevano già vissuto le esperienze "fai-da-te" dell'Altair 8800 nel 1975.  E soltanto dopo un anno il furgoncino di Jobs ed un primo programmabile di Wozniak forniscono i fondi per Apple I: i primi 200 esemplari venduti a 666 dollari, una rivoluzione attesa, ma non per questo meno sorprendente una volta attuata: tastiera alfanumerica e video, 30 chip,   Ma adesso quello che fino a pochi anni fa si faceva con un numeo infernale di interruttori per pochi iniziati è potenzialmente a disposizione di tutti. Il resto è storia.
L'eroe allora era Wozniak, The Wizard of Woz. Impregnato di idealismo cristiano, matematica ed elettronica, è l'hacker naive puro. Questa è una figura così antica che bisogna spiegarla per contrasto, visto che il radioamatore non è esattamente un personaggio alla moda. Richard Stallman è l'hacker accademico,  viene dai territori della fisica e dell'IA, ed è il padre culturale e politico dell' Open Source. A Wozniak bastava mettere le mani dentro la macchina, e tirarne fuori una complessità "sostenibile". All'inizio non si capiva bene qual'era il ruolo di questo Jobs, più giovane di 6 anni, con il viso  bello e affilato di chi freme sempre ai box di partenza.  Forse un mediatore, prima con  Don Valentine (che terrà a stecchetto i due giovani per un bel pò, con l'unica concessione di una motocicletta per  Jobs) e poi con Mike Markkula. Sicuramente un amministratore in gamba.  Chi è davvero Steve Jobs ci vorrà più tempo a capirlo. Forse anche per lui. Bisognerà aspettare il ritorno in Apple, ed una stroardinaria serie di idee che cambieranno, assieme all'arrivo della rete,  il posto dell'elettronica nella nostra vita, nel lavoro, e sopratutto  dove
nessuno avrebbe pensato che una "circuiteria" potesse arrivare,  l'immaginario, la percezione di uno stile. E naturalmente c'è anche quella  magnifica Lectio ai laureati di Stanford che sta facendo ancora una volta il  giro della rete, una riflessione assai più ricca e sorprendente di quanto  possa apparire al primo ascolto. Non si tratta solo di una palese violazione  della regola (il capitalismo, si sa, non sopporta l'idea della morte), ma  di qualcosa di più profondo che ha a che fare con la reazione di Steve Jobs al primo progetto monocromatico del logo: avrebbe dovuto essere a colori, perchè questo avrebbe dato un tocco di umanità all'azienda. In quella mela  a colori, nelle idee e nello stile visionario dell'ultimo Jobs, che è anche  l'ultimo guru del suo mondo, ormai diventanto altro, c'è qualcosa delle origini dei due Apples-Steve, una California ricca di fermenti e di utopie.
Quello che è davvero necessario per comprendere l'importanza di Steve Job è liberarsi da un pregiudizio.Che fare cultura è una cosa e far profitto  esattamente  e necessariamente l'opposto. Visione che nessuno sottoscriverebbe in questa forma, ma da noi è ancora un assioma. Ho scritto di recente:
Per "impresa" non possiamo limitarci ad una definizione basata su produzione e consumo. Dobbiamo pensare a quelle iniziative e gruppi (a volte informali, eppure capaci di esibire un'identità relazionale) che hanno creato cultura e valori: Il gruppo di Bloomsbury con il suo straordinario mix di scrittori, poeti, matematici ed economisti; la Gottinga di Hilbert e la Copenaghen di Bohr; le Macy Conferences e la nascita della cibernetica (e di una mezza dozzina di scienze derivate!). E ancora, la Sony, con il suo motto "make.believe", nata nel 1946 sulle ceneri nucleari di un Giappone  distrutto, dall'amicizia tra un ingegnere, Masaru Ibuka, ed un fisico, Akio Morita, con idee produttive un po'  vaghe, ma la ferma intenzione di ridare al Giappone la sua dignità.
Oppure, per arrivare ai giorni nostri ed alla complessità, la scuola di Santa Fé, che con la sua "narrazione" ha dato un contributo ai nuovi campi  di ricerca verosimilmente superiore alla semplice somma dei contributi che sono usciti dalle diverse generazioni di studiosi che l'hanno frequentata.
Per introdurre un elemento autobiografico, quando con i miei coetanei ci si chiedeva se fare fisica teorica o dedicarsi ai computer, l'incentivo più  forte n questa direzione non erano certo i soldi, ma il fascino della sfida tecnologica. Non c'era alcun bisogno di bilanci seducenti per convincere
alcuni di noi a lavorare notte e giorno. Impresa è termine che deve essere liberato dal'associazione  riduzionistica con un "prodotto", e riconnesso  alla funzione sociale, al ruolo, allo stile, alla produzione di cultura; non può esserci "cultura d'impresa" se gli strumenti gestionali e finanziari non  si inscrivono in una più ampia e dinamica comprensione del mondo. Ed infine, anche il concetto di "strategia" deve ritornare alla sua dimensione cognitiva e differenziarsi rispetto a quello di marketing.
  
Ed è qui che si è rivelata la grandezza di  Steve Jobs.Catalizzatore che  trasforma un'idea in progetto, un progetto in strategia, la strategia in stile, e di nuovo in idea.
Joonhyun Kim

E Wozniak, l'altra faccia della mela, che fine ha fatto? Dopo l'esperienza Apple, si è dedicato ad un mucchio di cose. Ha scritto un libro "Computer Geek to Cult Icon: How I Invented the Personal Computer,Co-Founded Apple, and Had Fun Doing It" . Si occupa di wireless. Ma sopratutto ha insegnato,  anche nelle scuole medie ed elementari. Non ha seguito il carismatico amico nel suo progetto faustiano, ma ha pensato che se ci sono così tanti  "strumenti per il futuro" potrebbe essere opportuno che qualcuno si preoccupi anche di insegnarne l'uso ai più giovani.Come faceva il padre con lui.
Il problema è soltanto nostro, e pure piuttosto grave, se veniamo presi dalla smania di dividere queste due vite da un giudizio morale. Buono l'uno e cattivo l'altro.Perchè la formula del futuro sta nei rischi, nelle storie e nel temperamento di entrambi. Make. Believe. Come Think Different.